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Lord Dunsany
di Fritz Tegularius

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..:: Vita e opere ::..

Edward John Moreton Drax Plunkett nacque nel 1878 in Irlanda, dove i suoi antenati erano giunti nel XII secolo al seguito di Enrico II come conquistatori. Qua uno di essi aveva fondato la signoria di Dunsany nella contea di Meath.
Nel 1899 il giovane Edward succedette al titolo, divenendo il diciottesimo barone Dunsany. Dopo aver studiato ad Eton, frequentò un'accademia militare e prese parte sia alla guerra contro i boeri che alla prima guerra mondiale.
Condusse per il resto una vita di svaghi: caccia alla volpe e al leone, cricket, pittura, viaggi, gioco degli scacchi (riuscì a battere il campione del mondo Capablanca); e poi conferenze (di letteratura), collaborazioni a riviste, corsi universitari (nel 1941 era ad Atene dove aveva una cattedra di inglese e riuscì a fuggire dalla città mentre i tedeschi invadevano la Grecia). Morì a Londra nel 1957.
E l'attività di scrittore ? La praticò per tutta la vita, dal 1905 al 1954. Le sue prime opere furono due raccolte di racconti (forma questa cui rimase sempre molto legato), The Gods of Pegana e Time and the Gods . Nella prima, Dunsany espose la propria personalissima versione della nascita del mondo e narrò miti che avevano come protagonisti dei sconosciuti, e storie circa i loro profeti. Nella seconda opera Dunsany arricchì di nuove presenze il suo universo fantastico: assistiamo così alla nascita di splendide città dalla mente degli dei, alla comparsa del mare ed al suo tentativo di conquistare il mondo, alla ricerca del segreto degli dei e al destino che toccò a chi lo scoprì; e così via.
Dopo queste prime due opere lord Dunsany continuò a procedere sul sentiero che aveva aperto: ecco allora altre raccolte di racconti (e nuovi mondi, stavolta di sogno, cui veniamo introdotti): The Sword of Welleran and other Stories (1908), A Dreamer's Tales (1910), The Book of Wonder (1912), The Last Book of Wonder aka Tales of Wonder (1916). Successivamente sperimentò la forma del romanzo: The Chronicles of Rodriguez (1922), The King of Elfland's Daughter (1924), The Charwoman's Shadow (1926), The Blessing of Pan (1927) e The Curse of the Wise Woman (1933).
Del 1925 è l'autobiografia Patches of Sunlight .
A partire dagli anni trenta Dunsany tornò ai racconti, cimentandosi però con un nuovo genere di storie, quelle di viaggi e d'avventura, in cui l'elemento onirico scompare completamente e quello fantastico si riduce ad una semplice presenza perturbatrice dell'ordine naturale delle cose, senza più avere la forza di fondare un universo originale. In questo filone si collocano le storie della serie di Jorkens (un singolare individuo che intrattiene i soci di un club di Londra raccontando loro le sue bizzarre esperienze di viaggio): The Travel Tales of Mr. Joseph Jorkens (1931), Jorkens remembers Africa aka Mr. Jorkens remembers Africa (1934), Jorkens has a Large Whisky (1940), The Fourth Book of Jorkens (1948), Jorkens Borrows Another Whisky (1954); e la raccolta The little Tales of Smethers (1952).
L'ultima sua opera fu una sorta di romanzo di fantascienza, The last Revolution . Ma lord Dunsany non fu solo uno scrittore di prosa: "scrisse poesie intense ed epigrammatiche" (Borges), tradusse in inglese le opere di Orazio e si occupò molto di drammaturgia. Va anzi detto che la fama che ai suoi tempi gli toccò come autore di teatro fu molto superiore a quella che gli procurarono le opere di fantasy. Le sue piéces teatrali riscossero molto successo anche in America e si pensi che una sua opera, "Gli Dei della Montagna", fu rappresentata in Italia, nel 1925, dal Teatro d'Arte di Pirandello.

..:: Qualche parola sui racconti di Lord Dunsany ::..

"Non scrivo mai di cose che ho visto - cento altri lo possono fare - ma solo di cose che ho sognato".
Così Lord Dunsany parlò della propria opera nel 1921, individuandone l'elemento centrale e mostrandoci la fonte della sua ispirazione.
Il sogno, in effetti, magari sotto forma di sogno ad occhi aperti, è una presenza ricorrente nei suoi racconti, almeno fino agli anni venti: talvolta il narratore non fa altro che raccontarci i suoi viaggi onirici; in altre occasioni è invece della sua vicenda di sognatore che ci viene offerta la cronaca; altre volte ancora ("La Spada di Welleran") non solo la storia ci è narrata da colui che vi ha assistito in sogno, ma sono addirittura alcuni personaggi di essa che vivono, in sogno, importanti esperienze. Va detto che in molti altri racconti l'elemento onirico non è presente in modo esplicito o non occupa una posizione centrale: nelle sue prime raccolte ( The Gods of Pegana e Time and the Gods ) lord Dunsany ci narra leggende e miti che hanno come protagonisti dei ed eroi di mondi immaginari, cercando di creare qualcosa di analogo, anche nello stile, agli antichi libri sacri dell'umanità. In altri racconti delle raccolte successive ( The Book of Wonder etc.) Dunsany si diverte invece a giocare con la trama, facendo letteralmente esplodere la narrazione nelle ultime righe tramite un vero e proprio colpo di coda di quell'ironia che spesso pervade i suoi testi di questo periodo.
In generale possiamo dire che ciò che sta a cuore a lord Dunsany è meravigliare e stupire il lettore, scherzando con lui e facendolo partecipe di un elegante gioco di scenari ed atmosfere, che sono di volta in volta quelle, esotiche ed improbabili, dei libri di viaggi; quelle delle mitologia classica, celtica o orientale; quelle, infine, aliene e senza tempo, che lo scrittore ha tratto dai propri sogni.
Lord Dunsany è quindi "un divertito artefice di meraviglie" e la sua opera si colloca in quel "filone visionario-grottesco inaugurato dal Vathek (1786) di Beckford"; "in diverse pagine delle sue storie si respira un'aria che ricorda molto Carroll [e vi ] aleggiano ancora indistinti echi delle Mille e Una Notte" (De Nardi).
Siamo dunque nel campo del meraviglioso puro, lo stesso della fantasy contemporanea. E infatti con Dunsany ci troviamo alle origini della letteratura fantastica come oggi la conosciamo: sia da un punto di vista cronologico ("The Gods of Pegana" è del 1905 e prima di questa data troviamo soltanto gli scritti di Beckford, Morris e MacDonald) sia da un punto di vista tematico: nelle sue opere si notano, più o meno sviluppati, centrali o posti sullo sfondo, tutta una serie di temi la cui presenza consideriamo oggi naturale o necessaria in un racconto o romanzo fantasy (la creazione di un mondo diverso dal nostro, caratterizzato da una propria geografia; un bestiario fantastico, in cui compaiono creature mitologiche insieme ad esseri del tutto inventati; un pantheon immaginario composto da dei poco o punto imparentati con quelli terrestri).
Ma se questi sono i debiti della narrativa fantastica nei confronti di lord Dunsany, dobbiamo tuttavia sottolineare la presenza nella sua opera di un elemento che la distingue nettamente da tutto ciò che l'ha seguita (o che ne deriva): si tratta per l'appunto del carattere giocoso che segna molte delle opere di questo scrittore. E se parlo di gioco, non escludo che i suoi esiti possano anche essere tragici o crudeli; intendo invece sottolineare come lord Dunsany non cerchi quasi mai di coinvolgere pienamente il lettore (ponendo in gioco la sua vita), e si accontenti al contrario di offrirgli uno spettacolo affascinante e divertente (in concreto: uno spettacolo bizzarro o meraviglioso).
E' raro che lord Dunsany obblighi il proprio lettore a compiere delle scelte, a schierarsi, ad amare o ad odiare un personaggio o una situazione: egli preferisce condurlo per mano lungo un sentiero dal quale si possono scorgere paesaggi e scenari incantevoli o curiosi, dal quale si può assistere ad eventi terribili o buffi senza tuttavia correre il rischio di trovarcisi coinvolti.
Anche quando Dunsany nei suoi racconti oppone al mondo onirico (bello, vero, reale, affascinante) la realtà di tutti i giorni (grigia e meschina, devastata dalla modernità e dalla standardizzazione delle esistenze), i sentimenti che egli cerca di suscitare nel lettore sono in fondo innocui e poco impegnativi: una vaga e struggente nostalgia per i mondi di sogno visitati ed un malinconico senso di rassegnazione all'atto della inevitabile separazione da essi.
Perchè - e questo è il punto fondamentale - sogno, ironia, gusto del meraviglioso e ricerca della provocazione giocosa sono tutte forze che contribuiscono a creare attorno all'elemento fantastico una cornice che lo arricchisce di fascino e suggestioni, ma che finisce anche col privarlo di ogni concretezza, di ogni realtà e di quella interna coesione propria di tutto ciò che è vero.
Difatti, quando si è conclusa la lettura di un'opera di Dunsany si resta, mi pare, con l'impressione di aver attraversato un territorio che si estende ben oltre i confini del racconto e di aver udito solo una piccola parte delle storie che avrebbero potuto esserci narrate. E questo perchè lord Dunsany ama molto arricchire le proprie opere di continui riferimenti a luoghi, personaggi, miti e fatti secondari che non hanno magari alcuna importanza ai fini della trama e servono soltanto ad accennare (come con una rapida pennellata) l'esistenza di nuovi orizzonti e paesaggi al di là di quelli che erano stati delineati in un primo momento. E' questo un procedimento utilizzato anche da Tolkien (ma nel contesto di un romanzo, e con parsimonia) per creare un effetto di profondità. Se viceversa ci si serve di questi accorgimenti all'interno di un racconto ed in margine ad una trama già di per sè evanescente, si ottiene un risultato particolarissimo: l'immaginazione del lettore viene stimolata oltre misura e l'elemento fantastico subisce una sorta di dilatazione ed amplificazione; la natura di sogno del mondo descritto si accentua, mentre i suoi confini si fanno sempre più vaghi; chi legge, contempla affascinato le meraviglie che gli vengono mostrate e le molte altre di cui gli viene suggerita l'esistenza; da qui la nostalgia per una terra che non può mai essere conosciuta a fondo e afferrata una volta per tutte, una terra che non riesce mai a divenire reale e che resta (e resterà sempre nella memoria del lettore) un bel sogno che se si è fortunati potrà essere ripreso di notte in notte, di lettura in lettura.

..:: Hanno detto di lui ::..

Penso sia interessante leggere i giudizi che due scrittori molto diversi tra loro hanno dato dell'opera (e della persona) di lord Dunsany.

"Nel nostro secolo di noti scrittori impegnati o di cospiratori che ansiosamente ricercano il proprio cenacolo e vogliono essere gli idoli di una setta, è insolita l'apparizione di un lord Dunsany, che ebbe molto del giullare e si affidò con tanta felicità ai sogni. Non evase dalle circostanze. Fu un uomo d'azione e un soldato; ma anzitutto fu l'artefice di un beato universo, di un regno personale che fu per lui la sostanza intima della sua vita." (J.L.Borges)

"Insuperabile nella magia di una prosa dalla musicalità cristallina e straordinario nel creare un languido e sontuoso mondo fantastico, iridescente, esotico, è Edward John Moreton Drax Plunkett, diciottesimo barone di Dunsany (...). Ideatore di una nuova mitologia e compositore di un folklore stupefacente, lord Dunsany rimane devoto ad uno strano mondo di bellezza fantastica e si impegna in una guerra incessante contro la grossolanità e la bruttura della realtà quotidiana." (H.P.Lovecraft)

Nota:
Tutte le notizie che ho riportato e le citazioni che ho fatto sono state tratte dalle introduzioni di G.Lippi e E.F.Bleiler a "Demoni, Uomini e Dei" (Mondadori), dalla introduzione di J.L.Borges a "Il paese dello Yann" (Mondadori), dalla postfazione di C.De Nardi a "Il Libro delle Meraviglie" (Reverdito) e dal saggio "L'Orrore soprannaturale in Letteratura" di H.P.Lovecraft (Theoria)

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