Autori - Database - Faq - Recensioni - Racconti
   

..:: menu ::..

Terry Brooks
Mariangela Cerrino
Lord dunsany
R.E. Howard
Stephen Lawhead
Ann Marston
G.R.R. Martin
C.A. Smith
J.R.R. Tolkien
Harry Turtledove
Jack Vance
Weis & Hickman
Zimmer Bradley

 


Jack Vance
di Fritz Tegularius

Biografia
Bibliografia
Links

..:: Biografia ::..

Vita

Nella prefazione ad una sua antologia del 1978, Jack Vance ha dichiarato di essere "fermamente convinto che lo scrittore che si fa pubblicità allontana i lettori dal loro unico interesse: il suo lavoro. Per questo motivo, dopo qualche esitazione, di giovinezza" Vance ha rifiutato di "spargere ovunque fotografie, auto-analisi, dati biografici, auto-critiche e confessioni; non per un innato istinto di riservatezza, ma perché l'attenzione fosse focalizzata là dove" secondo lui "deve essere focalizzata."
Aggiunge Vance: "Un lettore non deve rendersi conto che qualcuno ha scritto il racconto. Egli deve essere completamente coinvolto, sommerso nell'ambientazione" (da un articolo di R. B. Sipper pubblicato il 5 agosto 1979 sul Los Angeles Times).
Incerti se conformarci alla volontà dell'autore o soddisfare la legittima curiosità degli appassionati, ricordiamo soltanto che John Holbrook Vance (questo il suo vero nome) è nato il 28 agosto 1916 a San Francisco (California) e vive tuttora nelle vicinanze di questa città. Da bambino ha amato le storie di "Oz" e di "Tom Swift", le opere di Jules Vernes, Edgar Rice Burroughs, Rober Chambers. A Berkeley ha studiato ingegneria e giornalismo. Ha lavorato nella marina mercantile (compiendo viaggi nell'oceano Atlantico e Pacifico), e anche come raccoglitore di frutta, falegname, minatore, cornettista jazz.
Il suo primo racconto fantastico a essere pubblicato è stato The World-Thinker , nel 1945, sulla rivista Thrilling Wonder Stories . Nel 1963 Vance ha vinto un Premio Hugo con The Dragon Masters . Il Premio Nebula è arrivato nel 1966, con The Last Castle (che l'anno successivo si e' aggiudicato anche l'Hugo).
Vance scrive (sotto vari pseudonimi) anche racconti gialli (e nel 1961 ha ottenuto il Premio Edgar Allan Poe per la sua opera The Man in the Cage ).

 

Qualche parola sulle opere di Jack Vance

Il lettore delle opere di Jack Vance sa bene (per averlo imparato a proprie spese) che gli è assolutamente vietato affezionarsi a uno qualsiasi dei personaggi che incontrerà, così come, in generale, non potrà legarsi a nessun aspetto del mondo fantastico presentatogli dall'autore, né alle verità in apparenza così incontestabili che i personaggi stessi individuano al termine dei loro improbabili dialoghi o conservano sotto forma di tradizioni.
Attorno ai protagonisti e ai comprimari si dispiega un mondo di particolari accuratamente descritto ma sempre in bilico sull'orlo della trasformazione (o tout court dell'annichilimento): ed è come se le forme (ogni forma: indumenti e destini, architetture e leggende, condizioni sociali e lingue e così via) fossero elaborate fin nei minimi particolari e squadernate sotto i nostri occhi da un genio dispettoso intenzionato a vederle travolte, un istante dopo la loro nascita, nel vortice di forze che turba e allo stesso tempo anima la narrazione e che ha per centro l'individuo-protagonista (spesso ignaro di questo suo ruolo e "vittima" anch'egli delle forze che lo sostengono).
Potremmo dire che l'opera di Jack Vance trae origine proprio dal rapporto fra questi due principi: la multiforme varietà del mondo narrativo, che pare destinata a crescere all'infinito, e l'irriducibile individualità del protagonista che in quel mondo deve muoversi. Due principi a loro modo assoluti: il primo in quanto totalità, il secondo in virtù dell'inesauribile energia che racchiude e che lo pone, in ultima istanza, al di sopra del mondo.

Le Forme del Mondo

Per ciò che attiene al primo punto, Vance esplora le forme (le crea) con occhio curioso e sensibile alla loro armonia. Esse proliferano a livelli diversi: le notiamo nella narrazione principale, quali elementi decorativi e realistici; a lato di essa, dove emergono da note, appendici, digressioni e glossari; nel moltiplicarsi delle sotto-trame funzionali alla trama principale e di quelle puramente accessorie, che si riducono (ma la loro accuratezza e "intensa organicità" impediscono di fatto questa riduzione) a semplici "occasioni narrative" che la fantasia dell'autore non si lascia mai sfuggire; nella capricciosa incostanza del fato, che veste e riveste in ogni momento i personaggi di ruoli e condizioni sociali diversissime fra loro (da re a schiavo, da cacciatore a preda e viceversa; e non è un caso che il travestimento sia un tema ricorrente nell'opera di Vance); nell'alternarsi, infine, degli stili e dei toni più vari (dall'ironia allo humour, dalla malinconia al distacco scientifico al tono patetico). Questo processo creativo incontrollato (sottoposto unicamente alla direzione di un rigoroso senso dell'eleganza e del pittoresco) non ha come scopo (se non solo in parte) il rafforzamento dell'intima coerenza del mondo fantastico, quanto piuttosto l'approntamento di una serie di forme che, in primo luogo, per la loro bellezza o bizzarria o complessa articolazione o semplice varietà stimolino (e soddisfino) la curiosità del lettore; che, in secondo luogo, per il loro semplice esserci, si pongano di fronte al protagonista, spesso in contrasto con lui quali ostacoli o minacce, e si espongano in tal modo alla forza dissolutrice che in lui si incarna (vedi oltre); e che, infine, col loro accumularsi, contribuiscano alla raffigurazione di tutte le possibili realtà.
Potremmo quindi cogliere, alla base dell'operazione creativa di Vance, una sorta di "principio di esaurimento delle possibilità", secondo cui tutto ciò che è pensabile deve essere pensato, descritto, posto in essere e sperimentato, attraverso l'insieme dei testi e in ciascuno di essi. Lo sguardo dell'autore vaga per ogni dove in cerca di particolari di cui non riesce mai a saziarsi; e lo scopo di questa interminabile creazione/esplorazione è rifondare, abbracciare, dominare tutta la realtà possibile - quasi che Jack Vance si sia assunto il compito di narrare tutto ciò che gli altri scrittori hanno lasciato non scritto. Il tutto all'insegna di una sorta di realismo superiore, che non si arresta di fronte ai confini dell'esistente, ma lo supera integrandolo nel più ampio contesto del possibile.

Ma dobbiamo fare una precisazione.
È vero che Vance imbandisce una tavola di prelibatezze narrative, espone una magnifica collezione di rarità (e non a caso l'evocazione di cibi deliziosi è un tratto ricorrente, al pari della descrizione del vestiario, della sua narrazione), e che lo fa a esclusivo vantaggio del protagonista (e con lui del lettore): ma è anche vero che quando la realtà (quasi inevitabilmente) si rivela insidiosa o diviene nel suo complesso oppressiva (come accade di sovente con le tante strutture sociali descritte da Vance: cariche di fascino finché osservate con distacco dall'esterno, ma soffocanti per chi vi resti intrappolato) si può star certi che presto essa sarà abbattuta o stravolta dal protagonista (della cui vittoria/vendetta anche il lettore godrà, dopo averne seguito con curiosità le sventure). Nell'uno e nell'altro caso la varietà delle forme è percepita come tendenzialmente minacciosa, ed è evocata solo per servire agli scopi dell'individuo, per divenire, in un modo o nell'altro, sua preda.
Come meglio vedremo parlando dell'individuo, Vance considera con simpatia solo l'accumularsi delle forme irrelate, la caleidoscopica teoria che sfila sotto gli occhi del lettore. Nel momento in cui, in seguito al loro stratificarsi e organizzarsi in un tutto coerente, esse danno alla luce un mondo o una struttura sociale compiuta, l'oppressività che è loro intrinseca soffoca e allo stesso tempo eccita il vortice di forze che trae origine dall'individuo. Lo scontro diviene inevitabile e il suo esito sarà la dissoluzione delle vecchie forme di vita.

 

Le Forme della Narrazione

Anche le forme narrative vanno incontro a una sorta di deflagrazione: non solo note, digressioni e parentesi didattiche si aprono nella narrazione (o al suo fianco) stabilendo livelli ulteriori di lettura; e non è neppure allo sbocciare delle sotto-trame (in apparenza) gratuite che facciamo riferimento, né agli sproloqui dottissimi cui i personaggi si abbandonano nei momenti meno opportuni; è invece su due notori "punti deboli" delle trame di Vance che vogliamo attrarre l'attenzione (anche al fine di precisarne la funzione e il senso rispetto alla concezione narrativa dell'autore): l'eccessiva facilità (quasi l'automaticità) con cui il protagonista, conclusasi la stagione delle sue peripezie, consegue la vittoria, trionfando su tutto e su tutti; e la conseguente frettolosità (secondo alcuni: debolezza) dei finali.
Si tratta di un vero e proprio precipitare degli eventi, che si innesca dopo la risoluzione dell'ennesima sventura abbattutasi sull'eroe. Da quel momento si ha una convergenza ineluttabile di tutti gli accadimenti verso la sua vittoria conclusiva: nemici temibili vengono da lui sbaragliati con una facilità inaudita, tradizioni secolari sono smentite e nuovi miti fondati, senza che niente e nessuno riesca più a opporglisi con successo.
Tutto per opera del protagonista, in poche pagine, in totale spregio della credibilità e, soprattutto, di quegli equilibri, di quella giustizia narrativa cui il lettore è abituato. Abbiamo quindi una "oltraggiosa" rivendicazione di una sorta di diritto dell'autore al "disimpegno narrativo" (parallelo alla dissoluzione del mondo da lui immaginato).
Ma è logico, dopo l'ampio processo di dispiegamento delle forme di fantasia che ha preceduto il momento di soluzione della crisi: lo scenario è stato disegnato in tutta la sua complessità, e attende solo di essere consegnato nelle mani dell'eroe e, in linea di principio, dissolto e riforgiato (anche se spesso è il momento distruttivo che dà l'impronta e il ritmo a questo processo).
Con un ritmo quasi respiratorio, alla dilatazione degli orizzonti narrativi segue il loro ripiegamento e la loro dissoluzione in un punto - premessa, al limite, di una nuova creazione, di una nuova storia, e fase in ogni caso necessaria del processo creativo di Vance. Pare di trovarsi in presenza, più che di uno stilema, del riflesso sul piano narrativo di un fenomeno radicato nelle profondità stesse della realtà: il mondo viene all'esistenza, si espande, giunge alla pienezza; ma con la pienezza si manifesta una sorta di sclerotizzazione, e le forme prima così affascinanti mostrano il loro volto oppressivo. A questo punto, resta spazio solo per il sovvertimento (e per un'eventuale rifondazione).

 

Ironia e disincanto

Apriamo una piccola parentesi per trattare velocemente un aspetto dello stile di Vance che spesso lascia perplessi i lettori: l'onnipresente e pervasiva ironia; e per cercare di trovare ad essa una collocazione nel contesto che abbiamo delineato.
Nelle opere di Vance l'ironia si caratterizza sia come semplice figura di pensiero (dire una cosa intendendone una ben diversa; fenomeno questo frequentissimo: basti pensare ai numerosi dialoghi in cui gli interlocutori cercano di ingannarsi l'un l'altro e sono perfettamente coscienti delle reciproche insidiose intenzioni - tanto che si percepisce con chiarezza che la discussione è intavolata per puro gusto del contendere e, più in profondità, è architettata dall'autore al solo fine di solleticare la curiosità del lettore), sia come risultato dello scarto fra vari livelli di conoscenza della realtà: l'ironia, cioè, è l'ovvia conseguenza della consapevolezza da parte dell'autore e del lettore del continuo mutare delle forme del mondo (cui non ci si può affezionare, perché se ne conosce la natura impermanente). Si noti però che l'ironia di Vance non è programmatica: l'autore non vuole demistificare alcunché, né svelare alcun arcano del mondo, né impartire lezioni di disincanto. Al di sotto della variegata struttura della realtà che Vance ci presenta nel suo perpetuo mutare, non c'è una regola essenziale, una struttura più vera cui il protagonista possa fare appello per trovare una giustificazione ai propri atti. La regola è la variabilità, l'incostanza della fortuna, il principio secondo il quale prima o poi ogni forma dovrà essere sperimentata, senza una precisa individuazione di verità e menzogna, senza un progresso verso una meta - perché la meta è la totalità.
Questo spiega perché, accanto all'ironia, in alternativa ad essa, l'autore adotti talvolta un tono di sincera partecipazione ai drammi narrati, ingenuamente compassionevole o malinconico, a tratti venato di patetismo. Vance non vuole essere ironico: l'ironia è solo una delle forme che egli mette in giuoco. Perché, se tutto passa e muta, come è legittimo contemplare il mondo con distacco e, appunto, con ironia, così è del pari legittimo godere dell'istante per ciò che esso può dare, vivere l'emozione che gli è propria, quale che essa sia, come se si trattasse del dono che in quell'istante un qualche imprevedibile Assoluto graziosamente ci porge. L'ingenuità e l'ironia, l'immediatezza e il distacco si parificano e concorrono all'opera di raffigurazione di tutti gli aspetti della realtà.


L'Ossesso

Tra le forme variegate e multicolori, sempre affascinanti ma anche potenzialmente minacciose, si aggira il protagonista, l'individuo vanceano, preda e predatore a un tempo.
Si noti che parliamo di protagonista, e non di personaggio: perché esiste una chiara differenza qualitativa fra il primo - attraverso il quale contempliamo e sperimentiamo le forme del mondo e che incarna quel "principio di dissoluzione" cui infine il mondo dovrà sottomettersi fino a veder mutare il proprio volto - e il secondo - che è un semplice elemento di quel mondo, e soggetto anch'esso alle influenze che emanano dal protagonista. Quest'ultimo, inoltre, è spesso un estraneo in quel mondo - in quanto straniero o sfavorito dalla sorte, ad esempio - e si pone perciò in inconciliabile contraddizione con esso, destinato a scontrarsi con le forme tiranniche con cui la realta' gli si oppone.
Ma sbaglierebbe chi risolvesse l'essenza del protagonista vanceano nella sua distruttività: esso entra più spesso in rapporto con la realtà per sovvertirla, trasformarla - in concreto: per abbattere quelle strutture che lo ostacolano e lo trattengono e sostituirle con nuove strutture che gli siano congeniali. Come abbiamo visto, le forme sociali più bizzarre si rivelano spesso, a una più attenta analisi o alla semplice esperienza che di esse si fa, sclerotizzate e oppressive: una pura cristallizzazione di antichi rapporti di forza sottrattasi misteriosamente al divenire. Ciò che un tempo, forse, è stato inevitabile nel suo prodursi, è nel presente un odioso anacronismo che strangola la libertà e il dinamismo degli individui. Ecco allora che il protagonista agisce e lotta. Dopo una lunga serie di peripezie e sventure (sempre coloratissime e ricche di colpi di scena, inversioni e trasformazioni) riesce ad abbattere lo stato di cose esistente, sostituendolo con un nuovo ordine. Agendo in tal modo - è importante sottolinearlo - l'individuo probabilmente si comporta come i fondatori dell'ordine che egli ha abbattuto e come i futuri distruttori dell'ordine da lui istituito. Agisce dunque per dare sfogo alla propria concreta libertà, e non persegue scopi superiori, sovra-individuali. Egli agisce, lotta, soffre e vince semplicemente per restare fedele a se stesso, alla propria irriducibile individualità. Ci troviamo in presenza di un processo che per la sua ineluttabilità e per l'incoscienza che lo contraddistingue (il protagonista vanceano raramente si interroga sul senso e sulla giustificazione dei propri atti: preferisce alternare l'elaborazione di progetti alla contemplazione empatica del mondo) ha molto dei fenomeni naturali.
Se dunque abbiamo anche un "principio costruttivo" all'opera dietro il personaggio vanceano, esso presenta però tratti peculiarissimi. L'eroe, infatti, non combatte l'oppressione e fonda nuove istituzioni in nome di qualche più o meno nobile ossessione collettiva (libertà dei popoli, eguaglianza degli esseri umani, giustizia etc.): in realtà, è lui stesso la propria ossessione; e alla radice delle sue azioni starà, di volta in volta, il desiderio di libertà personale (Adam Reith in "Pianeta Tschai"), la vendetta (Kirth Gersen nel ciclo dei "Principi Demoni"), la vendetta intrecciata alla volontà di potenza (re Aillas nella trilogia di "Lyonesse"), l'egoismo e l'avidità (Cugel l'Astuto in "La Terra morente" e in "La Saga di Cugel") e così via.
In ogni caso, il comportamento dell'individuo rivelerà l'impronta della sua ossessione privata: tutto in lui (e fuori di lui) dovrà distorcersi a causa di quella forza potentissima. Tutto le diverrà funzionale.

 

Conclusione

Possiamo concludere cercando di individuare il fine ultimo (o, se si preferisce, il risultato) dell'operazione letteraria vanceana.
Attraverso il ghirigoro infinito di colori, capricci, architetture, magie, usanze, lingue, discussioni, sapori, è l'apprensione del mondo quale totalità assoluta - superiore cioè a ogni particolare perché destinata a risolverlo in sé - che è, più o meno consapevolmente, perseguita. In parallelo, Vance volge lo sguardo al più piccolo fra quei particolari: l'individuo, l'outsider per definizione, che resta tale finché non giunge a una bizzarra forma di conciliazione con la realtà: la trasformazione di quest'ultima. Tramite la raffigurazione dell'individuo e della sua debordante energia, è un'altra forma di assolutezza che viene a essere delineata: quella del principio che dissolve (e riorganizza) la totalità del mondo.
L'estensione e l'intensità assolute, dunque. Due strade diverse e complementari attraverso le quali giungere alla meta: la rappresentazione di tutto il rappresentabile.

 

Nota

Il profilo dell'autore qui riportato è stato precedentemente pubblicato (in forma leggermente differente) sul numero 2 della e-zine Ouroboros - Nel mondo del fantastico

 

^ torna su ^